Referendum del 17 aprile.Sono per il non voto o a limite per il NO.

Referendum del 17 aprile? Sono per il non voto o a limite per il NO. ll motivo del non voto risiede nella complessità degli argomenti che devono essere affrontati nelle sedi preposte e non lasciati alla mercé di comitati ed associazioni o peggio, alle beghe politiche. Il referendum riguarda la possibilità di rinnovare o meno, alla scadenza, le concessione di estrazione di petrolio ma sopratutto gas metano, a meno di 12 miglia dalla costa. SI TRATTA DI PIATTAFORME GIA’ ESISTENTI. La legge vigente non permette la realizzazione di altre piattaforme di estrazione quindi il referendum non serve per impedire la costruzione di altri impianti che potranno essere realizzati sulla terra ferma e oltre le dodici miglia. Se vince il SI non saranno prorogate le concessioni di estrazione per le piattaforme esistenti anche se il giacimento è in produzione, con conseguente crisi dei livelli occupazionali e danni alle aziende produttrici. Alcuni, però, dicono che tutto ciò non ha importanza, dicono che bisogna dare un segnale per fare marcia indietro sulle politiche estrattive di gas e petrolio. Pazienza se alcuni resteranno senza lavoro o dovranno andare a lavorare all’estero. C’è molta ipocrisia, si fa gli ambientalisti a casa nostra, ma si continuano ad usare i derivati di gas e petrolio pretendendo che siano prodotti in altri luoghi del mondo. Personalmente sono per lo sfruttamento ordinato dei giacimenti di gas e petrolio sui suoli nazionali, così come accade ovunque. Non capisco per quale motivo l’Italia e la Sicilia debbano privarsi di qualsiasi politica energetica. Non posso essere d’accordo con lo smantellamento di impianti esistenti, tra l’altro, realizzati con regolari concessioni che prevedono il totale esaurimento del giacimento, tra l’altro rischiando seri contenziosi con le concessionarie. Già oggi, la Legge vigente, non permette la realizzazione di nuove piattaforme a meno di 12 miglia dalle coste, questo oltre ad essere giusto mi pare sufficiente, ma quelle esistenti anche per diritto acquisito, devono esaurire il ciclo di produzione. Può accadere perfino che vengano abbandonate a se stesse in attesa della soluzione dei contenziosi, con gravi rischi per l’ambiente. Il quesito referendario potremmo sintetizzarlo in questo modo: Vuoi tu che le piattaforme esistenti poste a meno di 12 miglia dalla costa, NON concludano il ciclo di produzione attraverso la mancata proroga delle concessioni di estrazione? Secondo me, ragionando in modo logico e razionale, è meglio non andare a votare perché una legge regolatrice già esiste, ma se proprio si vuole andare, è meglio contrassegnare il NO.

Dialogo tra amici….

L’altro giorno, confrontandomi con un amico, si parlava del più e del meno e come non toccare la politica e la mia esperienza amministrativa. Nella sostanza, questo mio amico stuzzicava la mia reazione, di fronte al fatto che a volte ci troviamo a criticare gli altri, ma noi stessi non proponiamo alcuna soluzione ai mali delle amministrazioni e della politica. Il ragionamento non poteva che riguardare, in particolare, la nostra città. Tra qualche mese le elezioni comunali, un nuovo sindaco, in un clima di rassegnazione generale. Le persone disorientate, dai vari ragionamenti continuano a farsi le solite domande e sono pervase dai soliti dubbi: dipende dall’uomo al comando? Le persone oneste non sono adatte? Ci vuole l’uomo del passato? E’ più utile un voto di protesta? Domande inutili, perché sulle nostre teste si gioca una partita che dipende da chi sarà capace di creare un progetto politico credibile. Così come sempre è stato. Ma torniamo alla discussione con questo mio amico … Esorta: ma tu che pensi e parli così tanto, tu cosa faresti per risolvere i problemi di Caltagirone? Rispondo: le mie soluzioni sono tanto logiche quanto impopolari. Nella sostanza si discute di bilanci del passato remoto e passato recente, che non riescono mai a quadrare. Cosa si fa in una famiglia quando diminuiscono le entrate? Se c’è un buon padre di famiglia, dopo averle tentate tutte, non resta altro che tagliare le spese. Quando tagli la spesa scontenterai moglie e figli. Se la famiglia è unita va avanti, se non lo è si disgrega. Caltagirone, fino ad ora non è stata unità, la speranza e che possa esserlo in futuro. Questa è stata la mia prima risposta, ma  incalzava: belle parole ma ancora non mi dici cosa faresti, tu che hai conosciuto  meglio di tutti i conti del comune. Io: Il padre di famiglia, Per prima cosa, lotterei con tutte le mie forze per difendere i diritti dell’Ente nei confronti della Regione e dello Stato Centrale, unici responsabili della disfatta di tanti enti locali, che “tarati” su un certo tipo di spesa corrente, d’un tratto si sono visti tagliare i trasferimenti. Anche se devo riconoscere che tanti sindaci lo fanno ogni giorno trovando solo porte chiuse. In secondo luogo dovrei guardare a casa mia. Servizi gestiti all’esterno con contratti spesso intoccabili. Indebitamento non comprimibile con rate di mutuo che si debbono obbligatoriamente pagare. Funzioni e servizi essenziali obbligatori per legge che non si possono sospendere. Un bilancio che viaggia sui 33 milioni di spesa corrente a fronte di 33 milioni di entrate correnti PREVISTE ma con 25-26 milioni di entrate EFFETTIVE nell’esercizio finanziario pertinente. Mancano, scientificamente, almeno  7-8 milioni di liquidità, ogni anno,  che se tutto va bene, potrai recuperare, solo in parte, negli anni successivi con la lotta all’evasione. Cosa si può tagliare per mettere in sicurezza i conti? Cosa si può fare per essere puntuali con i pagamenti di stipendi e fornitori? Cosa può assicurare una gestione finanziaria efficiente e l’erogazione di tutti i servizi alla città?   Certamente non i fondi europei! Quelli servono per finanziare specifici progetti e quelle somme non si possono toccare per altri scopi, anche se qualcuno avventato, potrebbe pure pensare di mettere in atto queste follie come quella di toccare i fondi vincolati a specifica destinazione. Non parliamo, poi,  di anticipazioni dalle banche, che poi non puoi più restituire: questo ha portato tanti comuni al dissesto finanziario. Certo una situazione difficile , molto difficile. Obiettivamente, a bocce ferme, si può agire solo su una leva, con due possibilità:  o si diminuisce la spesa dei dipendenti in carico al comune oppure  i dipendenti sono messi in grado di sostituire, in modo ottimale,  tutti i servizi gestiti da ditte esterne. Mi risponde il mio  amico: Claudio ma sei pazzo? Diminuire la spesa dei dipendenti comunali? Ma cosa significa ? Mettere in mobilità? Diminuire l’orario di lavoro? Rispondo: mi rendo conto che è difficile e francamente, impensabile. Tuttavia sto ragionando in modo realistico e concreto. Vero, concordo, non si può fare e non sarebbe giusto, quindi, l’altra strada è quella di ottimizzare il lavoro dei dipendenti comunali, ma per fare questo ci vuole la volontà di tutti, anzi, tutti si devono sentire a casa propria, tutti devono remare dalla stessa parte, tutti devono avere come fine quello di elevare il livello dei servizi, di pensare, ogni giorno a come fare entrare risorse al Comune, a partire dal dirigente fino ad arrivare all’ultimo (in ordine di età) dei dipendenti. Francamente durante la mia esperienza le cose non sempre sono andate così. Tanti remavano, ma non tutti dalla stessa parte e non perché non ci fosse qualcuno che indicasse la rotta, ma per motivi che ancora non riesco a spiegarmi. Tanti di buona volontà, sicuramente la maggior parte, ma si sa, un cancro all’inizio parte da una cellula, ma poche cellule alterate bastano per distruggere una persona. Penso che sia così anche per un ente pubblico. Il mio amico: Claudio ma tu sei stato un assessore, tu cosa hai fatto? Io ho fatto tutto il possibile in questa direzione, nel valorizzare i dipendenti e dare loro il giusto ruolo, anche se le mie deleghe  erano limitate ad alcuni settori. Per me i dipendenti comunali sono la centralità dell’ente locale ed i padroni di casa ed ho sempre preteso che si comportassero di conseguenza, da padroni di casa. Claudio, conclude il mio amico, pensi troppo  e mi sa che con queste idee non vai avanti… gli rispondo:   la concretezza non è subito apprezzata .. ecco perché ci troviamo in questa situazione…… è vero, ci vuole tempo per capire… ma io so aspettare…

Uno spassionato consiglio alla politica locale…..

Avendo avuto esperienza diretta vorrei dare un consiglio a chi si vuole candidare, anche a sindaco della città. Ci sarà un motivo perché si è dichiarato il dissesto e ci sarà un motivo se nei tre anni di amministrazione Bonanno i bilanci non sono stati approvati nonostante la riduzione di spesa messa in atto sino a diventare impopolari e indigesti a qualcuno. Pare che le entrate non coprano “agevolmente” le spese normali, quelle necessarie, obbligatorie per Legge, figuriamoci il superfluo. Quindi i programmi elettorali dovrebbero tendere non tanto a raccontare favole e favolette, perché la città economicamente si risolleva solo se gira buona economia e non per merito dei politici! (leggasi insediamento nuove imprese, funzionamento della zona industriale ed artigianale, riavvio dell’edilizia privata…) mentre il comune è gestito bene se i politici fanno il loro naturale lavoro che è quello di mettere in atto tutte quelle buone prassi tali da garantire gli equilibri finanziari che poi consentono la spesa per stipendi e servizi indispensabili alla comunità. A qualche mese dalle elezioni comunali, non una parola su come si vogliono raggiungere questi equilibri. Quali spese si taglieranno? Quali entrate in più per l’ente? Come agire? Poi per carità possiamo parlare anche di solidarietà, di un nuovo cammino, di sussidiarietà, di politica. Ma se i cittadini devono poter scegliere gli amministratori, innanzi tutto, devono sapere come essi voglio intervenire in modo concreto e non come saranno spartiti assessorati e come saranno promessi posti di lavoro….. Vedete potrete pure continuare a pensare, ottusamente, che tutto dipendesse da Bonanno, magari facendo finta di non vedere i problemi degli enti locali e del nostro in particolare, ma dimenticate che nelle condizioni date, la nuova classe politica si troverà nella stessa e medesima situazione ed anche peggio se non acquisisce la consapevolezza del proprio ruolo. Il Consiglio è quello di dire con chiarezza cosa si può e si deve fare, lasciando stare il passato che ha visto tanti sbagliare, altri tradire, alcuni sacrificarsi senza alcun riconoscimento, per lasciare alla storia un momento di disgregazione nella comunità locale e per tali cause il mancato raggiungimento del bene comune…..

Italia, potenza scomoda: dovevamo morire, ecco come

Il primo colpo storico contro l’Italia lo mette a segno Carlo Azeglio Ciampi, futuro presidente della Repubblica, incalzato dall’allora ministro Beniamino Andreatta, maestro di Enrico Letta e “nonno” della Grande Privatizzazione che ha smantellato l’industria statale italiana, temutissima da Germania e Francia. E’ il 1981: Andreatta propone di sganciare la Banca d’Italia dal Tesoro, e Ciampi esegue. Obiettivo: impedire alla banca centrale di continuare a finanziare lo Stato, come fanno le altre banche centrali sovrane del mondo, a cominciare da quella inglese. Il secondo colpo, quello del ko, arriva otto anno dopo, quando crolla il Muro di Berlino. La Germania si gioca la riunificazione, a spese della sopravvivenza dell’Italia come potenza industriale: ricattati dai francesi, per riconquistare l’Est i tedeschi accettano di rinunciare al marco e aderire all’euro, a patto che il nuovo assetto europeo elimini dalla scena il loro concorrente più pericoloso: noi. A Roma non mancano complici: pur di togliere il potere sovrano dalle mani della “casta” corrotta della Prima Repubblica, c’è chi è pronto a sacrificare l’Italia all’Europa “tedesca”, naturalmente all’insaputa degli italiani.
E’ la drammatica ricostruzione che Nino Galloni, già docente universitario, manager pubblico e alto dirigente di Stato, fornisce a Claudio Messora per il Nino Galloniblog “Byoblu”. All’epoca, nel fatidico 1989, Galloni era consulente del governo su invito dell’eterno Giulio Andreotti, il primo statista europeo che ebbe la prontezza di affermare di temere la riunificazione tedesca. Non era “provincialismo storico”: Andreotti era al corrente del piano contro l’Italia e tentò di opporvisi, fin che potè. Poi a Roma arrivò una telefonata del cancelliere Helmut Kohl, che si lamentò col ministro Guido Carli: qualcuno “remava contro” il piano franco-tedesco. Galloni si era appena scontrato con Mario Monti alla Bocconi e il suo gruppo aveva ricevuto pressioni da Bankitalia, dalla Fondazione Agnelli e da Confindustria. La telefonata di Kohl fu decisiva per indurre il governo a metterlo fuori gioco. «Ottenni dal ministro la verità», racconta l’ex super-consulente, ridottosi a comunicare con l’aiuto di pezzi di carta perché il ministro «temeva ci fossero dei microfoni». Sul “pizzino”, scrisse la domanda decisiva: “Ci sono state pressioni anche dalla Germania sul ministro Carli perché io smetta di fare quello che stiamo facendo?”.AndreottiEccome: «Lui mi fece di sì con la testa».
Questa, riassume Galloni, è l’origine della “inspiegabile” tragedia nazionale nella quale stiamo sprofondando. I super-poteri egemonici, prima atlantici e poi europei, hanno sempre temuto l’Italia. Lo dimostrano due episodi chiave. Il primo è l’omicidio di Enrico Mattei, stratega del boom industriale italiano grazie alla leva energetica propiziata dalla sua politica filo-araba, in competizione con le “Sette Sorelle”. E il secondo è l’eliminazione di Aldo Moro, l’uomo del compromesso storico col Pci di Berlinguer assassinato dalle “seconde Br”: non più l’organizzazione eversiva fondata da Renato Curcio ma le Br di Mario Moretti, «fortemente collegate con i servizi, con deviazioni dei servizi, con i servizi americani e israeliani». Il leader della Dc era nel mirino di killer molto più potenti dei neo-brigatisti: «Kissinger gliel’aveva giurata, aveva minacciato Moro di morte poco tempo prima». Tragico preambolo, la strana uccisione di Pier Paolo Pasolini, che nel romanzo “Petrolio” aveva denunciato i mandanti dell’omicidio Mattei, a lungo presentato come incidente aereo. Recenti inchieste collegano alla morte del fondatore dell’Eni quella del giornalista siciliano Mauro De Mauro. Probabilmente, De Mauro aveva scoperto una pista “francese”: agenti dell’ex Oas inquadrati dalla Cia nell’organizzazione terroristica “Stay Behind” (in Italia, “Gladio”) avrebbero sabotato l’aereo di Mattei con l’aiuto di manovalanza mafiosa. Poi, su tutto, a congelare la democrazia italiana Ciampiavrebbe provveduto la strategia della tensione, quella delle stragi nelle piazze.
Alla fine degli anni ‘80, la vera partita dietro le quinte è la liquidazione definitiva dell’Italia come competitor strategico: Ciampi, Andreatta e De Mita, secondo Galloni, lavorano per cedere la sovranità nazionale pur di sottrarre potere alla classe politica più corrotta d’Europa. Col divorzio tra Bankitalia e Tesoro, per la prima volta il paese è in crisi finanziaria: prima, infatti, era la Banca d’Italia a fare da “prestatrice di ultima istanza” comprando titoli di Stato e, di fatto, emettendo moneta destinata all’investimento pubblico. Chiuso il rubinetto della lira, la situazione precipita: con l’impennarsi degli interessi (da pagare a quel punto ai nuovi “investitori” privati) il debito pubblico esploderà fino a superare il Pil. Non è un “problema”, ma esattamente l’obiettivo voluto: mettere in crisi lo Stato, disabilitando la sua funzione strategica di spesa pubblica a costo zero per i cittadini, a favore dell’industria e dell’occupazione. Degli investimenti pubblici da colpire, «la componente più importante era sicuramente quella riguardante le partecipazioni statali, l’energia e i trasporti, dove l’Italia stava primeggiando a livello mondiale».
Al piano anti-italiano partecipa anche la grande industria privata, a partire dalla Fiat, che di colpo smette di investire nella produzione e preferisce comprare titoli di Stato: da quando la Banca d’Italia non li acquista più, i tassi sono saliti e lafinanza pubblica si trasforma in un ghiottissimo business privato. L’industria passa in secondo piano e – da lì in poi – dovrà costare il meno possibile. «In quegli anni la Confindustria era solo presa dall’idea di introdurre forme di flessibilizzazione sempre più forti, che poi avrebbero prodotto la precarizzazione». Aumentare i profitti: «Una visione poco profonda di quello che è lo sviluppo industriale». Risultato: «Perdita di valore delle imprese, perché le imprese acquistano valore se hanno prospettive di profitto». Dati che parlano da soli. E spiegano tutto: «Negli anni ’80 – racconta Galloni – feci una ricerca che dimostrava che i 50 gruppi più importanti pubblici e i 50 gruppi più importanti privati facevano la stessa politica, cioè investivano la metà dei loro profitti non in attività produttive ma nell’acquisto di titoli di Stato, per la semplice ragione che i titoli di Stato italiani rendevano tantissimo e quindi si guadagnava di piùAgnellifacendo investimenti finanziari invece che facendo investimenti produttivi. Questo è stato l’inizio della nostra deindustrializzazione».
Alla caduta del Muro, il potenziale italiano è già duramente compromesso dal sabotaggio dellafinanza pubblica, ma non tutto è perduto: il nostro paese – “promosso” nel club del G7 – era ancora in una posizione di dominio nel panorama manifatturiero internazionale. Eravamo ancora «qualcosa di grosso dal punto di vista industriale e manifatturiero», ricorda Galloni: «Bastavano alcuni interventi, bisognava riprendere degli investimenti pubblici». E invece, si corre nella direzione opposta: con le grandi privatizzazioni strategiche, negli anni ’90 «quasi scompare la nostra industria a partecipazione statale», il “motore” di sviluppo tanto temuto da tedeschi e francesi. Deindustrializzazione: «Significa che non si fanno più politiche industriali». Galloni cita Pierluigi Bersani: quando era ministro dell’industria «teorizzò che le strategie industriali non servivano». Si avvicinava la fine dell’Iri, gestita da Prodi in collaborazione col solito Andreatta e Giuliano Amato. Lo smembramento di un colosso mondiale: Finsider-Ilva, Finmeccanica, Fincantieri, Italstat, Stet e Telecom, Alfa Romeo, Alitalia, Sme (alimentare), nonché la Banca AndreattaCommerciale Italiana, il Banco di Roma, il Credito Italiano.
Le banche, altro passaggio decisivo: con la fine del “Glass-Steagall Act” nasce la “banca universale”, cioè si consente alle banche di occuparsi di meno del credito all’economiareale, e le si autorizza a concentrarsi sulle attività finanziarie peculative. Denaro ricavato da denaro, con scommesse a rischio sulla perdita. E’ il preludio al disastro planetario di oggi. In confronto, dice Galloni, i debiti pubblici sono bruscolini: nel caso delle perdite delle banche stiamo parlando di tre-quattromila trilioni. Un trilione sono mille miliardi: «Grandezze stratosferiche», pari a 6 volte il Pil mondiale. «Sono cose spaventose». La frana è cominciata nel 2001, con il crollo della new-economy digitale e la fuga dellafinanza che l’aveva sostenuta, puntando sul boom dell’e-commerce. Per sostenere gli investitori, le banche allora si tuffano nel mercato-truffa dei derivati: raccolgono denaro per garantire i rendimenti, ma senza copertura per gli ultimi sottoscrittori della “catena di Sant’Antonio”, tenuti buoni con la storiella della “fiducia” nell’imminente “ripresa”, sempre data per certa, ogni tre mesi, da «centri studi, economisti, osservatori, studiosi e ricercatori, tutti sui loro libri paga».
Quindi, aggiunge Galloni, siamo andati avanti per anni con queste operazioni di derivazione e con l’emissione di altri titoli tossici. Finché nel 2007 si è scoperto che il sistema bancario era saltato: nessuna banca prestava liquidità all’altra, sapendo che l’altra faceva le stesse cose, cioè speculazioni in perdita. Per la prima volta, spiega Galloni, la massa dei valori persi dalle banche sui mercati finanziari superava la somma che l’economia reale – famiglie e imprese, più la stessa mafia – riusciva ad immettere nel sistema bancario. «Di qui la crisi di liquidità, che deriva da questo: le perdite superavano i depositi e i conti correnti». Come sappiamo, la falla è stata provvisoriamente tamponata dalla Fed, che dal 2008 al 2011 ha trasferito nelle banche – americane ed europee – qualcosa come 17.000 miliardi di Draghidollari, cioè «più del Pil americano e più di tutto il debito pubblico americano».
Va nella stessa direzione – liquidità per le sole banche, non per gli Stati – il “quantitative easing” della Bce di Draghi, che ovviamente non risolve la crisi economica perché «chi è ai vertici dellebanche, e lo abbiamo visto anche al Monte dei Paschi, guadagna sulle perdite». Il profitto non deriva dalle performance economiche, come sarebbe logico, ma dal numero delle operazioni finanziarie speculative: «Questa gente si porta a casa i 50, i 60 milioni di dollari e di euro, scompare nei paradisi fiscali e poi le banche possono andare a ramengo». Non falliscono solo perché poi le banche centrali, controllate dalle stesse banche-canaglia, le riforniscono di nuova liquidità. A monte: a soffrire è l’intero sistema-Italia, da quando – nel lontano 1981 – la finanzia pubblica è stata “disabilitata” col divorzio tra Tesoro e Bankitalia. Un percorso suicida, completato in modo disastroso dalla tragedia finale dell’ingresso nell’Eurozona, che toglie allo Stato la moneta ma anche il potere sovrano della spesa pubblica, attraverso dispositivi come il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio.
Per l’Europa “lacrime e sangue”, il risanamento dei conti pubblici viene prima dello sviluppo. «Questa strada si sa che è impossibile, perché tu non puoi fare il pareggio di bilancio o perseguire obiettivi ancora più ambiziosi se non c’è la ripresa». E in piena recessione, ridurre la spesa pubblica significa solo arrivare alla depressione irreversibile. Vie d’uscita? Archiviare subito gli specialisti del disastro – da Angela Merkel a Mario Monti – ribaltando la politica europea: bisogna tornare alla sovranità monetaria, dice Galloni, e cancellare il debito pubblico come problema. Basta puntare sulla ricchezza nazionale, che vale 10 volte il Pil. Non è vero che non riusciremmo a ripagarlo, il debito. Il problema è che il debito, semplicemente, non va ripagato: «L’importante è ridurre i tassi di interesse», che devono essere «più bassi dei tassi di crescita». A quel punto, il debito non è più un problema: «Questo è il modo sano di affrontare il tema del debito pubblico». A meno che, ovviamente, non si proceda come in Merkel e MontiGrecia, dove «per 300 miseri miliardi di euro» se ne sono persi 3.000 nelle Borse europee, gettando sul lastrico il popolo greco.
Domanda: «Questa gente si rende conto che agisce non solo contro la Grecia ma anche contro gli altri popoli e paesi europei? Chi comanda effettivamente in questa Europa se ne rende conto?». Oppure, conclude Galloni, vogliono davvero «raggiungere una sorta di asservimento dei popoli, di perdita ulteriore di sovranità degli Stati» per obiettivi inconfessabili, come avvenuto in Italia: privatizzazioni a prezzi stracciati, depredazione del patrimonio nazionale, conquista di guadagni senza lavoro. Un piano criminale: il grande complotto dell’élite mondiale. «Bilderberg, Britannia, il Gruppo dei 30, dei 10, gli “Illuminati di Baviera”: sono tutte cose vere», ammette l’ex consulente di Andreotti. «Gente che si riunisce, come certi club massonici, e decide delle cose». Ma il problema vero è che «non trovano resistenza da parte degli Stati». L’obiettivo è sempre lo stesso: «Togliere di mezzo gli Stati nazionali allo scopo di poter aumentare il potere di tutto ciò che è sovranazionale, multinazionale e internazionale». Gli Stati sono stati indeboliti e poi addirittura infiltrati, con la penetrazione nei governi da parte dei super-lobbysti, dal Bilderberg agli “Illuminati”. «Negli Usa c’era la “Confraternita dei Teschi”, di cui facevano parte i Bush, padre e figlio, che sono diventati presidenti degli Stati Uniti: è chiaro che, dopo, questa gente risponde a questi gruppi che li hanno agevolati nella loro ascesa».
Non abbiamo amici. L’America avrebbe inutilmente cercato nell’Italia una sponda forte dopo la caduta del Muro, prima di dare via libera (con Clinton) allo strapotere di Wall Street. Dall’omicidio di Kennedy, secondo Galloni, gli Usa «sono sempre più risultati preda dei britannici», che hanno interesse «ad aumentare i conflitti, il disordine», mentre la componente “ambientalista”, più vicina alla Corona, punta «a una riduzione drastica della popolazione del pianeta» e quindi ostacola lo sviluppo, di cui l’Italia è stata una straordinaria protagonista. L’odiata Germania? Non diventerà mai leader, aggiunge Galloni, se non accetterà di importare più di quanto esporta. Unico futuro possibile: la Cina, ora che Pechino ha ribaltato il suo orizzonte, preferendo il mercato interno a quello dell’export. L’Italia potrebbe cedere ai cinesi interi settori della propria manifattura, puntando ad affermare il made in Italy d’eccellenza in quel mercato, 60 volte più grande. Armi strategiche potenziali: il settore della green economy e quello Xi Jinping, nuovo leader cinesedella trasformazione dei rifiuti, grazie a brevetti di peso mondiale come quelli detenuti da Ansaldo e Italgas.

Prima, però, bisogna mandare casa i sicari dell’Italia – da Monti alla Merkel – e rivoluzionare l’Europa, tornando alla necessaria sovranità monetaria. Senza dimenticare che le controriforme suicide di stampo neoliberista che hanno azzoppato il paese sono state subite in silenzio anche dalle organizzazioni sindacali. Meno moneta circolante e salari più bassi per contenere l’inflazione? Falso: gli Usa hanno appena creato trilioni di dollari dal nulla, senza generare spinte inflattive. Eppure, anche i sindacati sono stati attratti «in un’area di consenso per quelle riforme sbagliate che si sono fatte a partire dal 1981». Passo fondamentale, da attuare subito: una riforma della finanza, pubblica e privata, che torni a sostenere l’economia. Stop al dominio antidemocratico di Bruxelles, funzionale solo alle multinazionali globalizzate. Attenzione: la scelta della Cina di puntare sul mercato interno può essere l’inizio della fine della globalizzazione, che è «il sistema che premia il produttore peggiore, quello che paga di meno il lavoro, quello che fa lavorare i bambini, quello che non rispetta l’ambiente né la salute». E naturalmente, prima di tutto serve il ritorno in campo, immediato, della vittima numero uno: lo Stato democratico sovrano. Imperativo categorico: sovranità finanziaria per sostenere la spesa pubblica, senza la quale il paese muore. «A me interessa che ci siano spese in disavanzo – insiste Galloni – perché se c’è crisi, se c’è disoccupazione, puntare al pareggio di bilancio è un crimine».
FONTE

AVEVAMO RAGIONE! LE NOSTRE AZIONI EFFICACI!

PER L’ENNESIMA VOLTA il commissario straordinario del Comune di Caltagirone, nel consueto comunicato augurale di fine anno, conferma che gli squilibri di bilancio al Comune riguardano l’annualità 2012. Testualmente parla di “avanzi riguardanti il 2013,2014 e 2015” (leggi comunicato link allegato). Non sono io che lo dico e neanche Bonanno è il Commissario che lo dice. Le annualità 2013, 2014 e 2015 sono in equilibrio, al contrario delle NOTIZIE FALSE E TENDENZIOSE diffuse da alcuni. Per me è una soddisfazione, si vive anche di questo, sono orgoglioso del mio assessorato, iniziato solo a metà dell’anno 2014, per l’attenzione agli equilibri da parte del Ragioniere Generale Pino Erba – subentrato anche lui agli inizi del 2014 (fosse accaduto prima!). L’esercizio 2012 è a cavallo tra due amministrazioni e competeva agli uffici nel 2012, garantire la salvaguardia degli equilibri così come dispone la Legge. Il 2012 è stato appesantito anche da impegni di spesa su base triennale e riguardanti esercizi precedenti. Durante l’amministrazione Bonanno si è fatto tutto il possibile a volte l’impossibile e si tendeva ai miracoli, con le poche risorse economiche disponibili. Evocare in continuazione la parola “DISSESTO” è bastato per creare un caso, senza mai dire che il dissesto riguarda gli anni 2011 e precedenti. Senza mai dire che tanti di noi, io il primo, assieme all’ex-Sindaco, abbiamo fatto di tutto per trovare altre soluzioni. Se non si delibera la dichiarazione di dissesto si rischia personalmente, e penalmente. La dichiarazione viene accertata dal Consiglio Comunale non dal sindaco. I consiglieri non sono sprovveduti, sanno cosa hanno fatto e perché hanno dovuto farlo. Non si possono alterare le scritture artificiosamente per non dichiarare il dissesto e, sono stati i dirigenti pro tempore (non quello attuale) e i revisori dei conti (non quelli attuali) ad accertare la situazione di “dissesto finanziario” e “non di dissesto della città” così come usa dire chi non la ama e vuole il suo male. Gli squilibri anno 2012 si potevano recuperare, ma troppi consiglieri comunali hanno preferito non collaborare, hanno preferito la retorica, la demagogia, l’interesse elettorale di parte e di partito.
Quante bugie e quanta gente che ancora oggi non capisce o fa finta di non capire: 
IL SINDACO E’ STATO SFIDUCIATO PER MOTIVI ELETTORALI
perché ad aprile prossimo ci sono nuove elezioni che danno speranza a qualcuno che è in cerca di poltrone fini a se stesse. Purtroppo Bonanno era avaro ed attento nella distribuzione delle stesse…. e non guardava in faccia nessuno ma solo agli interessi dell’Ente amministrato. A Caltagirone c’è stata la sfiducia al Sindaco e potrà accadere di nuovo tra qualche anno, se tutti non si acquietano nel comprendere che sono finiti i tempi degli interessi di parte di partito e perfino personali. Ammetto che le difficoltà ci sono state e tutti siamo umani e si possono commettere errori, ma gli avanzi di bilancio sembrano esserci e si sarebbe recuperato il deficit finanziario dell’esercizio 2012 se invece di una guerra folle tra parti politiche contrapposte, ci fosse stata la normale dialettica ed un minimo di amore per la città…….

riferimenti

basta infierire contro l’ex Sindaco Bonanno.

A seguito delle varie polemiche e critiche politiche sulla questione del bilancio post-dissesto tengo a precisare che gli atti predisposti nel marzo del 2015 durante l’amministrazione Bonanno, presentavano uno strumento finanziario in equilibrio secondo una ipotesi predisposta dagli uffici e non approvata dal consiglio comunale. Da tale scelta è scaturita la mozione di sfiducia e si è insediato un commissario in sostituzione di tutti gli organi politici del Comune di Caltagirone. Non si comprende,adesso, come tanti siano a conoscenza di squilibri se il bilancio non è stato ancora ripresentato. In ogni caso, gli strumenti di bilancio previsionale e di rendiconto, possono risentire importanti variazioni a seconda della programmazione e degli obbiettivi prefissati per i quali, ovviamente , l’ex Sindaco non può più rispondere. Questo significa che squilibri che prima non erano previsti possono verificarsi, a seconda dell’IPOTESI di bilancio presentata, non per niente assume proprio questa definizione (ipotesi di bilancio stabilmente riequilibrato). Alcuni hanno ottenuto quello che volevano, è davvero scorretto continuare ad infierire su una Persona, che non può più svolgere il ruolo di Sindaco, affidatogli dai cittadini, perché decaduto per volontà del Consiglio Comunale. 21/10/2015. Firmato. Claudio De Pasquale.