IL MUOS, GLI ANTI-USA E L’INFORMAZIONE AMBIGUA CHE “FA COMODO”



MUOS18

di Pasquale Hamel –

I tecnici dicono che le sue onde elettromagnetiche, a bassa intensità, facciano meno male dell’uso di un telefonino, eppure oggi il Muos, il gigantesco radar che si sta installando nella faggeta di Niscemi, suscita allarme fra le popolazioni ed é divenuto uno dei temi dello scontro del pur angusto dibattito politico siciliano.
Un’opposizione composita, una sorta di No Tav in salsa siciliana, coacervo di posizioni fra loro talora perfino antitetiche, nella quale si ritrovano spezzoni di destra e di sinistra radicale, dall’ambientalismo irrazionale all’antipoliticismo preconcetto, dall’estremismo di sinistra dell’aria cosiddetta antagonista a quello di una destra sciovinista, si è ritrovata insieme dando linfa a quel comune denominatore che permea la tradizionale cultura d’opposizione italiana.
Parliamo dell’antiamericanismo che viene da lontano e che si dilata in banale antioccidentalismo. Antiamericanismo o antioccidentalismo, in un contesto storico ben diverso, avevano già in Sicilia animato i gruppi pacifisti guidati da Pio La Torre che si erano opposti alla militarizzazione dell’isola con l’istallazione dei missili Cruise nella base di Comiso.
Naturalmente quel movimento culturalmente e politicamente era ben altra cosa rispetto a questa modestissima jacquerie locale – che non si è trasformata come avvenne allora in movimento di massa – dietro la quale c’é soprattutto il rifiuto di una modernità compiuta, di quella condizione che vede il declino degli ideologismi che hanno attraversato, con gli effetti devastanti di cui la narrazione storica è testimone, l’intero secolo breve.
A supporto culturale questo coacervo di concezioni diverse, per darsi una giustificazione, ha estratto strumentalmente dall’archivio della storia, parole forti che, a nostro avviso, non possono costituire reali strumenti interpretativi dei processi geopolitici in atto e tantomeno si possono applicare alla stessa vicenda.
Imperialismo, terzomondismo, nazionalismo a cui, nello specifico, si aggiunge certo becero, e sempre presente come convitato di pietra, sicilianismo d’antan giustificativo delle tradizionali insufficienze isolane, circolano dunque in modo inopportuno nella bocca di coloro che si sono posti come avanguardie di un movimento che, alla luce di quanto detto, e avendo l’occhio ai numeri, non c’è.
Tornando al fatto, in tutta questa vicenda, non si può però non fare una piccola riflessione sull’atteggiamento assunto da chi rappresenta lo Stato che nell’isola, a termine di Statuto lo rappresenta il governo regionale. In questo caso è stata devastante la ambigua posizione che si è manifestata attraverso il suo presidente. Crocetta, infatti, era partito, in un primo momento, lancia in resta contro quel “mostro” che metteva in pericolo la salute dei cittadini, colorendo la sua battaglia dei soliti luoghi comuni circa la sudditanza e lo sfruttamento del sud operata dai poteri forti nazionali e internazionali, per poi, a fronte di chissà quali ragionamenti in ogni caso poco trasparenti, convertirsi alla tesi che proprio mostro quell’impianto non fosse e poi, per difendersi dalle contestazioni dalle accuse di incoerenza dei comportamenti, tirare infine in ballo perfino la solita mafia con dichiarazioni, ciò che appare una balla mostruosa dal forte sapore mediatico, quali quella che nei movimenti si sarebbero infiltrati elementi della malavita organizzata per perseguire interessi che sinceramente non si riesce a capire.
Chi rappresenta lo Stato avrebbe dovuto invece responsabilmente esaminare con serenità l’intera questione e, ove confermata la innocuità del Muos, rassicurare adeguatamente la popolazione. Ma in un mondo di disinformazione o informazione superficiale, forse fa più comodo continuare a coltivare un certo grado di ambiguità.
Fonte: SiciliaInformazioni
12 dicembre 2013 – 09:47

Mafia. Lombardo accusato di concorso esterno alla mafia, e i magistrati assessori Russo e Chinnici non si dimettono

Fonte: Osservatorio Sicilia

Ancora una tegola sulla Sicilia. Ormai è ufficiale, Raffaele Lombardo, presidente della Regione Siciliana, è indagato per concorso esterno alla mafia. Dopo Cuffaro, peraltro già condannato anche in appello, l’onta della ragnatela mafiosa stazione ancora su Palazzo D’Orleans e Palazzo Reale.Eppure, solo qualche giorno fa abbiamo letto di dichiarazioni incoraggianti quali : siamo usciti da un tunnel …!

Raffaele Lombardo in rapporti con la mafia catanese. Voci da tempo si rincorrevano lungo le strette vie della libera informazione ma oggi la notizia è ufficiale, il presidente della Regione è indagato perché accusato non solo di avere rapporti con i boss mafiosi delle cosche catanesi, ma di essere stato eletto con i voti della mafia, e l’accusa è : concorso esterno in associazione mafiosa.
Secondo la Procua,l’elezione di Angelo Lombardo fu festeggiata con un sontuoso pranzo a base di vino rosè e quaglie alla brace. Gli esponenti delle famiglie Santapaola ed Ercolano il 4 giugno 2008, sempre secondo quanto afferma la Procura, erano con Angelo Lombardo, al Raffaele Lombardo, dopo la sua elezione a presidente della Regione, avrebbe assegnato il ruolo di «tramite operativo per i rapporti con l’ organizzazione criminale che continuano a far capo ancora a lui».
Gli inquirenti ritengono «provata l’ esistenza di risalenti rapporti, diretti e indiretti, degli esponenti di Cosa nostra con Raffaele ed Angelo Lombardo» e sono convinti del «Rapporto non occasionale né marginale ma cospicuo, diretto e continuativo grazie al quale l’ uomo politico poteva avvalersi del costante e consistente appoggio elettorale della criminalità organizzata di stampo mafioso a lui vicina».
Sono accuse pesanti come un macigno, circostanziate e che dovrebbero indurre Raffaele Lombardo a rimettere il suo mandato e permettere alla Sicilia di andare a votare per eleggere, sempre che sia possibile considerato che Lombardo segue a ruota Cuffaro, già condannato per fatti di mafia, una classe dirigente non collusa.
Non è servito a Lombardo circondarsi di magistrati in giunta.
Eppure, tutti sembrano attendere. La cosa che appare clamorosa è che intorno a questo presidente accusato di concorso esterno alla mafia, stanno ancora comodamente seduti nelle splendide poltrone del potere, due magistrati, o ex magistrati, che rispondono al nome di Massimo Russo e Caterina Chinnici.
Quantomeno dovrebbero dimettersi per coerenza con la loro “qualifica” di tutori del diritto e della giustizia.
Non lo fanno, attendono gli eventi, ma più passano i giorni e più diminuisce la loro credibilità di uomini e donne della giustizia ancorchè prestati (si fa per dire) alla politica.
La loro posizione è insostenibile e non giustificabile