Caltagirone. Il presidente di Confartigianato Navantino bacchetta il sindaco, il predecessore e il Consiglio

Senza Prg troppe opportunità perse


A Caltagirone il Prg viaggia con due anni e mezzo di ritardo. In parole semplici sono trascorsi invano trenta mesi, nell’attesa che lo strumento urbanistico approdasse al Consiglio comunale, per l’auspicata adozione, al fine di dotare la città di un nuovo strumento di crescita economica e sociale.!
Il presidente di Confartigianato Francesco Navanzino spara a zero e attribuisce responsabilità alle Amministrazioni, la precedente e l’attuale, oltre al Consiglio comunale, con quest’ultimo reo, a suo dire, di «non essersi contrapposto e di non avere mai avanzato proposte». La Confartigianato ha altresì lamentato che, con il settore del mattone in piena crisi, nell’ultimo biennio ha cessato l’attività oltre il 50 per cento delle imprese edili: delle 50 ne sono rimaste una ventina.
Alle 16 di domani, in municipio, si terrà un incontro al quale prenderanno parte i responsabili delle associazioni professionali e delle organizzazioni di categoria. Tema della riunione, convocata dall’Amministrazione comunale, è: “Contributi per interventi strutturali di miglioramento sismico o, eventualmente, di demolizione e ricostruzione di edifici privati”. Questa la sintesi dei contenuti dell’ordinanza 52/2013 del dipartimento nazionale di Protezione civile destinata a tut! te le regioni italiane.
Il fondo in Sicilia prevede uno st! anziamento 4milioni e 745mila euro. Somme, forse, irrilevanti, rispetto alle reali esigenze di adeguamento sismico che servirebbero a tutti i Comuni dell’Isola. Secondo un calcolo matematico, considerando la media di 30 mila euro a intervento, in tutta la Regione potrebbero essere finanziati circa 150 progetti. «Nessuna forza politica – dichiara il presidente di Confartigianato, Navanzino – ha fatto richiesta per fare approdare il Prg in aula, per la verifica e l’approvazione. E’ prioritaria la redazione di un piano particolareggiato del centro storico che, alla luce della norma della Protezione civile, che discuteremo domani, la città sarebbe stata pronta. Invece, manca meno di un mese alla scadenza del 3 febbraio. In un paese come Caltagirone, che ha ancora un centro storico vivo, ci facciamo trovare impreparati. L’edilizia è al collasso: non si costruisce né si fanno demolizioni nel centro storico».
Risponde il consigliere comunale di Progetto Caltagirone, Claudio De! Pasquale: «I fondi a disposizione sono esigui. Il nostro Comune, con ampio anticipo, lo scorso 3 dicembre ha aperto i termini per le domande. La crisi dell’edilizia investe l’Italia, non è addebitabile alla mancata adozione del Prg poi è consentito operare con il Prg vigente. Serve tempo, per non ricadere negli errori del passato e per predisporre un piano rafforzato da correttivi e semplificazioni».
GIANFRANCO POLIZZI

Fonte LA SICILIA
07/01/2014

Addio urbanistica



La differenza tra programmazione e gestione del territorio, i limiti alla partecipazione dei cittadini nei processi decisionali, gli effetti indesiderati del mantra “è necessario riqualificare le aree dismesse” nel libro di Patricio Enriquez, architetto e urbanista che insegna al Politecnico di Milano e lavora con i comitati in tutto l’Alto milanese


Patricio Enriquez è un urbanista e un  architetto. Ha uno studio a Milano, insegna al Politecnico, ma è più facile incontrarlo durante un’assemblea che discute gli effetti sul territorio brianzolo dell’autostrada Pedemontana lombarda o che affronta con i cittadini di Sesto San Giovanni i rischi del progetto di “riqualificazione” dell’area ex Falck, quello firmato da Renzo Piano. 
Forte di un’esperienza maturata “sul campo”, oggi a fianco dei comitati ma prima da dirigente in alcuni Comuni, Enriquez ha mandato in libreria per Maggioli editore “Addio urbanistica, appunti per un progetto di governo del territorio” (14 euro). 


Qual è la differenza tra l’urbanistica e il governo del territorio? Che cosa rappresenta la legge lombarda del 2005?

L’urbanistica è una materia che si pone tra quelle umanistiche e quelle scientifiche, poiché si occupa del comportamento umano e delle modalità di insediamento nel territorio. L’esigenza di regolamentazione del suolo nasce in età moderna per correggere gli effetti negativi derivanti dall’ampliamento delle città industriali e dai fenomeni di urbanizzazione della campagna. 

Compito dell’urbanistica è quello di assicurare, pur promuovendo lo sviluppo edilizio, la tutela e l’uso razionale del territorio per contenere gli effetti più deleteri di esso: sovraffollamento, inquinamento, alterazioni idrogeologiche, inadeguatezza dei servizi.

Il governo del territorio, invece, nasce da motivazioni finanziarie del terzo millennio, con la cosiddetta riforma della Costituzione, sancendo l’affermazione della rendita fondiaria ed economica dei suoli. In altri termini, il governo del territorio è il garante del ruolo determinante della finanza nell’edilizia rispetto alla tutela del territorio. 
La legge urbanistica lombarda del 2005 rappresenta l’esempio più calcante di come la tutela sia secondaria alla finanza, e l’aspetto più preoccupante è come tale legge stia facendo da scuola nel territorio italiano.



Nel tuo lavoro di urbanista hai seguito e accompagnato numerosi movimenti che hanno cercato di far valere il proprio punto di vista nell’elaborazione di piani o strumenti urbanistici in vari Comuni della Lombardia. Nel libro dai conto, però, dei limiti dei processi di “partecipazione”. Quali sono i principali?Intanto la partecipazione nei piani urbanistici è dovuta alla recente introduzione di normative ambientali di matrice europea. E senza tali norme in Italia, forse, non sarebbe mai stata introdotta. Ma in Italia continua a sussistere una “devianza” che confonde -volutamente- procedure ambientali e procedure partecipative di condivisione delle scelte. 
Generalmente, salvo rari casi, possiamo parlare semmai di “momenti informativi”, dove il Comune illustra le scelte già prese e caso mai decise insieme a qualche “stakeholder” referenziato e ben accreditato. L’uso oramai generalizzato di un termine anglosassone, invece di uno latino, rende bene già l’idea del significato che si dà alla partecipazione, la quale è diventata una procedura di mera ottemperanza di un obbligo di legge, piuttosto che una vera occasione per acquisire un “sapere sociale” che è radicato solo nella società.

 

Davvero “il recupero di aree dismesse costituisce attività di pubblica utilità ed interesse generale”, a prescindere dal tipo di recupero programmato, come si legge in una legge lombarda? Che cosa comporta, a tuo avviso, una visione del genere?
È importante avviare un serio processo di riconversione delle aree dismesse mediante forme di riuso che si contrappongano alla tradizionale abitudine del consumo del suolo libero, ma questa non può essere coniata come una attività di pubblica utilità e di interesse generale.
Una distorta visione del significato di “pubblica utilità”, come è avvenuto in Lombardia, comporta infatti un rovesciamento degli interessi collettivi a favore di quelli privati, che si sostituiscono, impropriamente, al pubblico nell’individuazione dei fabbisogni collettivi. 
In altri termini la riconversione delle aree private, per usi privati, spesso incorniciati con i termini di “valorizzazione” e “riqualificazione”, diventano prioritari rispetto agli urgenti e datati fabbisogni della collettività, perché la parola d’ordine è diventata “togliere il degrado dalla vista”, senza nemmeno capire se ciò che sostituirà il degrado comporterà maggiori problematiche rispetto allo stato iniziale. Un tipico paradosso italiano.



In che modo la realizzazione della “città pubblica”, ovvero l’esigenza di garantire servizi ai cittadini presenti e futuri, che dovrebbe essere al centro dell’attività di pianificazione, arriva a rappresentare un “Cavallo di Troia” a favore di una ulteriore urbanizzazione?Realizzare prioritariamente la “città pubblica” significa costruire città che soddisfino le esigenze di tutti, garantire qualità abitativa e inequivocabilmente impiegare le aree per finalità pubbliche, sottraendole all’urbanizzazione della città privata. Se un piano urbanistico è redatto da un ente pubblico, allora non si comprende per quale motivo si debbano rendere edificabili aree private quando queste non corrispondano ad un reale e vero interesse pubblico. Il governo del territorio sorge su un paradosso, perché individua a priori le aree riservate all’edificazione privata, che garantiscono gli introiti finanziari, e poi sulle restanti aree -che sono residuali- identifica la città pubblica. Anzi nei peggiori casi, sarà l’attività edificatoria del privato che individuerà, e non si capisce con quale criterio pubblico, le aree della città pubblica.

di Luca Martinelli – 7 gennaio 2014
fonte altreconomia