consiglio comunale straordinario del 28-10-2009

Su proposta di alcuni consiglieri è stato indetto il consiglio comunale starordinario per la serata del 28 ottobre. Unico argomento, un ordine del giorno, sulla problematica relativa all’applicazione dei canoni enfiteutici sui terreni del Comune di Caltagirone. Registrata la presenza in aula di molti cittadini interessati alla questione. Si è provato ad uscire con un documento condiviso dall’intero consiglio comunale, ma invano. Neanche una proposta di trattazione di un diverso ODG presentato dal gruppo PDL è stata accettata, in quanto, per la trattazioone, non si è avuta l’unanimità dei consensi, necessaria per regolamento (ion caso di presentazione nel corso della seduta). Quindi è andato in discussione l’ODG presentato dai proponenti. Intervenuti il Sindaco per illustrare la questione dei canoni enfiteutici ed a seguire i consiglieri comunali di tutti i gruppi consiliari. Alla fine della discussione si è rilevato che l’ODG presentato non è stato accolto, non avendo ottenuto la maggioranza di voti necessari. Chiusa la discussione, i lavori sono stati rinviati al 30/10/2009.

Quando i comunisti mangiavano (per davvero) i bambini

Prima Fidel Castro, ora Mao Tse-tung (1893-1976). Quarant’anni fa, nell’agosto 1966, cominciava in Cina la rivoluzione culturale, cioè la distruzione sistematica della cultura cinese. Tre milioni d’intellettuali e membri di gruppi sociali “sospetti” furono uccisi, e cento milioni di cinesi incarcerati o deportati. Bastava avere in casa un libro non marxista per rischiare la deportazione o peggio.

Si consiglia allora la lettura del capitolo sulla rivoluzione culturale della mirabile biografia Mao la storia sconosciuta (Longanesi, Milano 2006) della grande scrittrice cinese Jung Chang, scritta in collaborazione con Jon Halliday – una lettura obbligatoria nonostante la mole (960 pagine) per chiunque voglia capire il comunismo cinese ­-, che rimanda a un’opera, purtroppo mai tradotta in italiano, del dissidente cinese Zheng Yi, Scarlet Memorial: Tales of Cannibalism in Modern China, pubblicata nel 1996 negli Stati Uniti dall’autorevole Westview Press.

Dopo la morte di Mao, senza troppa pubblicità, alcune commissioni d’inchiesta indagarono sulle atrocità della rivoluzione culturale. Una lavorò nel 1983 sulla contea di Wuxuan. Lo stesso Zheng Yi, un giornalista comunista che aveva militato nelle Guardie Rosse, fu inviato da un giornale di partito di Pechino con lettere di accreditamento ufficiale che invitavano le autorità locali a mettersi a sua disposizione per un’inchiesta. All’epoca, Deng Xiao Ping (1904-1997), che al tempo della rivoluzione culturale era stato estromesso dalla dirigenza del partito, malmenato e mandato a lavorare in una fabbrica di trattori di provincia, dove era sfuggito per miracolo a un tentativo di assassinio, era diventato il padrone della Cina e aveva interesse sia a screditare la “banda dei quattro” che aveva promosso gli eventi del 1966, sia a far filtrare qualche cauta critica allo stesso Mao Tse-tung che non lo aveva certamente protetto.

Regnante Deng Xiao Ping, s’indaga sugli eccessi della rivoluzione culturale e migliaia di militanti che si sono resi colpevoli di atrocità sono incriminati. Il lavoro dei tribunali sembra serio, e molti vedono una franca indagine su questo orribile passato come il preludio all’inevitabile democratizzazione. Ma la classe dirigente del Partito Comunista Cinese e lo stesso Deng la pensano diversamente. La repressione del movimento degli studenti in Piazza Tiananmen nel 1989 segna la fine della breve primavera di speranze democratiche in Cina.

Dopo Tiananmen, il regime si chiude su se stesso. Su Mao, responsabile secondo Jung Chang di settanta milioni di morti, si applica la “regola delle dieci dita” : nove dita, insegnano i libri di scuola cinesi, lavoravano per il bene del popolo
una sfuggiva al controllo e deviava. Come ricordano Roderick MacFarquhar e Michael Schoenhals nella loro recente summa storica sulla rivoluzione culturale, Mao’s Last Revolution (Harvard University Press, Cambridge [Massachusetts], ‘altra opera indispensabile nonostante la mole (oltre 600 pagine) – gli storici cinesi e stranieri che indagano sulle atrocità, fino ad allora incoraggiati dal regime di Deng, improvvisamente trovano ostacoli. Gli archivi, che si erano miracolosamente aperti, si chiudono. Le istruttorie sono concluse frettolosamente e le condanne sono sorprendentemente lievi: meno di cento condanne a morte in tutta la Cina – un Paese che ha il record di pene capitali nel mondo, applicate anche a reati che non implicano la perdita di vite umane – per i massacri di massa della rivoluzione culturale, pene da cinque a quindici anni per i responsabili di autentici eccidi.

Rieducare i rei. Mangiandoli

Un dramma nel dramma è quello costituito da una forma di cannibalismo che un sociologo non può non chiamare rituale, dove i “nemici del popolo” sono mangiati in adunate di massa, un fatto che in questa forma non ha precedenti neppure nella storia del comunismo. Gli archivi non sono più aperti ma molti documenti esistono ancora. A Zheng Yi dopo Tiananmen è vietato di pubblicare il suo libro in Cina. Ma riesce a farlo pubblicare a Taiwan prima di fuggire, ormai da ex-comunista, negli Stati Uniti. Scarlet Memorial resta così un monumento alle vittime di una delle peggiori atrocità del secolo XX, anche se l’indagine riguarda solo alcune prefetture, in particolare quella di Wuxuan, nella provincia sud-occidentale di Guangxi. Come riassume Jung Chang, a Wuxuan (e non solo lì) “nelle adunate di denuncia, il pezzo forte del regime maoista, veniva praticato il cannibalismo. Le vittime venivano macellate e alcune parti scelte dei loro corpi, il cuore, il fegato e talvolta il pene asportate, spesso prima che i poveretti fossero morti, cucinate sul posto e mangiate in quelli che all’epoca erano chiamati ‘banchetti di carne umana’”. Nel solo Guangxi, Zheng Yi calcola in almeno 10mila il numero dei “cannibalizzati”.

Il caso del Guangxi è particolarmente clamoroso – e ha suscitato dopo la rivoluzione culturale il maggiore interesse a Pechino, con inchieste e processi – ma è certo che, forse non sulla stessa scala, il cannibalismo rituale comunista abbia celebrato i suoi orrendi fasti anche in altre province della Cina. L’aspetto straordinario delle vicende del Guangxi nasce però dal fatto che tutto è documentato non da una propaganda anticomunista, ma da inchieste e processi promossi all’epoca di Deng dallo stesso Partito Comunista Cinese.

Ove si legessero questi testi, alcuni potrebbero ripensare alla loro reazione indignata quando in campagna elettorale Silvio Berlusconi parlò di cannibalismo nella Cina di Mao. Romano Prodi chiese scusa alla Cina, e anche qualche pavido alleato parlò di esagerazioni. La stessa difesa dei sostenitori di Berlusconi su qualche giornale era incompleta: si riferiva ai casi di cannibalismo nell’epoca precedente del Grande Balzo in Avanti, dovuti alla fame, non all’ideologia, anche se la fame era stata provocata dalle dissennate riforme di Mao. L’unicità – anche rispetto ai casi della Russia staliniana descritti nel recente volume L’île aux cannibales dello storico Nicolas Werth (Perrin, Parigi 2006), dove certo erano le guardie a mangiare i detenuti e non viceversa, ma non è che avessero molto altro da mangiare – degli episodi documentati da Zheng Yi e Yung Chang sta nel fatto che nella Cina della rivoluzione culturale nessuno moriva più di fame come negli anni 1950. I “banchetti di carne umana” non miravano a placare la fame, ma erano definiti “dimostrazioni esemplari di eliminazione”, il cui scopo era terrorizzare ogni potenziale dissidente e infliggere al “nemico”, cioè a chiunque la pensasse diversamente da Mao, e ai suoi figli, un trattamento che mostrasse a tutti che il regime non li considerava persone umane.

L’idea di “nemico” era molto ampia. Non erano “cannibalizzati” solo quanti erano stati iscritti a partiti diversi da quello comunista o erano discendenti di proprietari terrieri. Le stesse Guardie Rosse si erano divise in una “grande fazione” e in una “piccola fazione”, e Mao stesso giocava sullo scontro per controllare meglio il movimento. Quando Mao si schiera decisamente con la “grande fazione” centinaia di membri delle Guardie Rosse, fedelissimi del “Grande Timoniere”, sono a loro volta cannibalizzati. Zheng Yi considera l’aspetto allucinante della sua inchiesta non il fatto che bambini (la cui carne è considerata più tenera e gustosa) siano mangiati di fronte ai genitori (e viceversa) e donne orrendamente torturate prima di finire sul tavolo dei “banchetti di carne umana”, né che il cuore e il fegato dei “cannibalizzati” siano conservati per anni sotto sale per essere consumati più tardi quali prelibatezze dotate anche di presunti poteri curativi. No: quello che lo sconvolge è che – quando si trattava di Guardie Rosse della “piccola fazione” – queste si facessero macellare o strappare brandelli di carne mentre erano ancora vive gridando “Viva il Partito” o “Viva Mao”, convinte che il Grande Timoniere ignorasse o disapprovasse le atrocità. E invece – sul punto il libro di MacFarquhar e Schoenhals è implacabile quanto quello di Jung Chang – Mao non solo sapeva ma organizzava il terrore fino ai suoi limiti più estremi, nell’ambito di una complessa manovra per conservare un potere assoluto che gli sembrava minacciato.

Ci sono stati altri casi di cannibalismo – come si è accennato, nei GULag siberiani e nella stessa Cina delle grandi carestie – nella storia di morte del comunismo. Ma quello della rivoluzione culturale è l’unico dove la fame non c’entra, non può essere invocata per fornire una qualunque difficile giustificazione. No: si mangiavano i bambini – e gli adulti, le donne, i vecchi – non per necessità alimentare, ma per celebrare un rito politico con toni a loro modo “religiosi”. Gli unici precedenti – ma su scala numerica assai più ristretta – li troviamo nel cannibalismo ai danni dei rivoltosi cattolici vandeani praticato dalle più fanatiche truppe della Rivoluzione francese e documentato dallo storico francese Reynald Secher. Appurato che i comunisti mangiavano per davvero i “nemici di classe”, bambini compresi, speriamo che non ci si indigni più quando Mao è dipinto per quello che era: il maggiore assassino della storia, responsabile di 70 milioni di morti. E non si stupisca se “comunista” resterà, per molti e per sempre, una parola che odora di tortura, di strage e di sangue.

Testo tratto ed adattato da fonte CENSUR – di Massimo Introvigne

Raffaele Lombardo, lo psichiatra della politica

Interessante disamina sul carattere e strategie di Raffaele Lombardo…..

Raffaele Lombardo che domina – e non è esagerato dire “domina” – la Sicilia, tanto per cominciare somministra l’alba di Catania agli uomini della sua ristretta cerchia. Per averla frequentata, seduti – o magari fermi e dimenticati in piedi, dentro la saletta a destra dell’ingresso di casa Lombardo – gli uomini più vicini al presidente della Regione Sicilia se la sono bevuta tutta l’alba, come un’orazione mattutina, fino a fregiarsene quale crisma. Verrebbe da dire che il potente re senza più viceré ama portarsi il lavoro a casa. E fatto sta che i primi e più fondamentali appuntamenti sono fissati non in segreteria, non nella sede istituzionale, ma a casa. E all’alba.
C’è sempre un fremito d’orgoglio che scuote e lusinga chi riceve l’invito direttamente da Lombardo per incontrarsi a casa. Ci si sente parte del circolo d’iniziati. E c’è tutto in quell’essere in qualche modo elevati nelle grazie del presidente, dentro il laborioso cerchio della fiducia, nella conta di quelle cinque dita di una sola mano, la sola mano che tiene in pugno le sorti dell’Isola remotissima.
L’alba si porta via l’ultima luna quando sulla soglia del portone aperto di via Pacini – strada d’inarrivabile chic con le sue bancarelle e le bottegucce di strumenti musicali – c’è il carabiniere della tutela che fa cenno con gli occhi a dire insomma sì, si può salire. L’ospite, una volta ammesso dentro le mura – con tutto il comodo e tutto il tempo di ripassare a mente le cose indispensabili da dire e che non riuscirà mai a dire – consuma il rito. Le udienze che Lombardo concede ai suoi uomini, infatti, sono fatte di grandi silenzi e tentativi andati a vuoto per aprire un varco dentro l’immobilità artica dei suoi occhi.
Difficilmente Lombardo concede sguardi diretti ad una persona e non può certo dirsi che sia meglio farsi svuotare da una sua inesorabile occhiata. Ai tempi di quando era ancora presidente della provincia di Catania, nelle udienze accordate al terzo piano del centro direzionale di Nuova Luce, capitava sempre la scena dell’ospite dimenticato in una delle poltrone bianche sparse intorno a un lungo tavolo rettangolare a vetro. Poteva anche capitare che Lombardo, intento a graffiare con un pennarello sopra un grande block notes bianco posto sopra ad un cavalletto, desse per un poco le spalle all’ospite dicendogli: “La pittura mi rilassa”. Non certamente si rilassava l’interlocutore che, di fronte a così potente freddezza, sudando freddo, tra sé e sé scorreva rapidamente l’elenco di “maleparti” che – in maniera assolutamente involontaria, ci mancherebbe – aveva potuto fare al presidente. Ma ieri come oggi, nove volte su dieci, l’esame si risolve con un’assoluzione.
Ma è sempre un perdonare e un imperare quello di Lombardo e forse è tutta una tattica calcolata per aumentare il disagio nell’ospite. La stessa persona, infatti, incontrata tre o quattro giorni prima, è stata salutata dal presidente con trasporto (il trasporto lombardiano beninteso), per cui l’ospite già accarezza la quasi certezza di essere entrato nelle grazie del presidente, addirittura sente il “tu” ronzargli soave tra naso e baffo, una vicinanza elargita dal Presidente che dopo tre giorni tre dilaga nel gelo secco e sillabato: “Mi dica”. Tra imperio e scampo, tra misericordia e perdono il malcapitato, giustamente, crepa. Pensa e ripensa. E rimugina. Nessuna “malaparte” può essere stata fatta per passare dal tu al lei, in appena tre giorni, e pensa, ripensa e rimugina fino a giungere alla conclusione di non aver fatto proprio niente. E tra perdono e imperio piove il panicoPerdono e imperio dunque.
È una tecnica di Lombardo affinata negli anni per ricondurre le persone sotto il suo controllo le cui regole base, assai semplici, forse derivano dalla sua scienza, la psichiatria: fare sentire importanti, addirittura indispensabili, vicini, vicinissimi, i più vicini di tutti i tutti accorsi a lui e poi, improvvisamente, su ciascuno, di volta in volta, calare il sipario tagliente del “mi dica”.E’ una tecnica affine all’etologia dove in luogo delle oche ci sono le persone messe in competizione nei propri ambiti e nelle proprie zone. Le une contro le altre, tutti contro tutti, con Lombardo, novello Konrad Lorenz, che se ne sta al centro della scena a dare l’imprinting ai palmipedi e così finalmente mediare, risolvere, accarezzare e bastonare. E poi ancora assicurare e accantonare. Promettendo il castigo, minacciando il perdono. L’ineffabile declinazione lombardiana del dividi et impera aggiunge un elemento di dipendenza psicologica.
E più vengono trattati con distacco, più diventano dipendenti dallo sguardo di ghiacciolo dell’uomo che, bisogna pure dirlo, ha saputo costruire la sua fortuna politica sulla capacità di masticare uomini. Si fa presto a dire consenso poi, con gli alleati che non sanno se è meglio cavarsela diventandogli avversari e con gli antagonisti, specie quelli della sinistra, indecisi se farsi cooptare e non parlarne più. Durante le elezioni regionali – quelle che lo hanno incoronato a Palazzo D’Orleans, capo del governo siciliano – non c’era verso che riuscissero le manifestazioni della sua rivale, Anna Finocchiaro, per tutte le prudenze dei dirigenti del Partito democratico, sempre attenti a non fare “maleparti a Raffaele”.Adesso che tutto è finito e non ci saranno elezioni per i prossimi cinque anni, adesso, bisognerà pure che qualcuno riconosca a Gianfranco Miccichè quando, in piena bagarre per la scelta del successore di Totò Cuffaro al trono di Palazzo D’Orleans, disse chiaro che la candidatura di Lombardo sarebbe stata la corda a cui il centrodestra siciliano si sarebbe impiccato. E va bene, ormai la corda è pronta.
E bisogna partire da qui – dalla genesi della sua candidatura – per capire in che modo Lombardo sia diventato l’uomo più potente di Sicilia. Perché vi si ritrovano tutte le costituenti di una visione politica che è un misto tra l’istinto del predatore e la capacità quasi giocherellona (con rispetto parlando) di cogliere l’attimo, risolvendo la seppur minima contraddizione dell’avversario nello schermo capace di trasformare in forza maggiore le proprie debolezze. Lui è uomo che sa cavalcare gli eventi fino al punto da imprimere loro la direzione desiderata. Tutto voleva fare – voleva perfino fare il ministro – fuorché diventare il Presidente della Regione, ma vista la mala parata tra tante “maleparti” seppe assecondare il destino e giocare la partita sua. Anche l’assecondare il destino è un metodo.
Ogni volta che Lombardo deve scegliere una strada non ne esplicita il percorso. Comincia a seminare diversivi che distolgono gli occhi del competitor – sia esso un avversario, sia un amico – dal vero nocciolo della questione mentre intanto la tela del ragno si dipana con discrezione con l’attenzione di tutti rivolta verso un’altra direzione. Ogni suo ragionamento è certamente lineare ma c’è sempre qualcosa che poi entra in scena per nascondere il vero obiettivo. E’ una partita di poker giocata da adulti che sbagliano da professionisti o, per restare nel solco delle tradizione, un’Opera dei pupi con tutte le marionette in preda ad un capocomico bizzoso, uno che impone l’epilogo dando agli attori, smarriti tra gli ostacoli, l’illusione di avere scelto. Proprio nel momento in cui tutti pensano di avere il controllo assoluto della scena, ed è qui che Konrad Lorenz, capo delle papere, cede il passo a Luigi Pirandello.E’ una vita che Lombardo fa questa vita.
E’ una gigantesca e continua campagna elettorale dove dà il meglio di se stesso nella capacità di moltiplicare in modo esponenziale il consenso, anche attraverso la competizione imposta ai suoi uomini. L’invenzione delle liste civiche, partorite con le comunali di Catania del 2005, primo esperimento del Mpa, fu funzionale a questo gioco. Nelle ultime elezioni regionali, facciamo ad esempio, il movimento di Lombardo presenta tre diverse liste con diciotto candidati ciascuna, dunque un totale di cinquantaquattro candidati buttati in gara per conquistare i cinque o sei posti di deputato accreditati per il collegio di Catania. Da ciò deriva l’assalto al posto nelle liste.
Uno spettacolo di varia umanità: per quattro giorni, aspiranti deputati – un’umanità di grassa scrematura, esclusi quindi dall’appuntamento a casa – vengono da tutte le province dell’Isola per accamparsi tra le scale e la sala d’aspetto del nuovo quartier generale di Via Pola, Catania, in attesa dell’arrivo del capo. Una volta ricevuti, ascoltati e congedati con la convinzione di essere stati accontentati, anche se già il giorno dopo collocati da tutta altra parte. O addirittura in attesa di collocazione. Raffaele Lombardo, l’uomo che da un ufficio del primo piano di Palazzo d’Orleans si ritrova a dominare la Sicilia (e non è esagerato, dire dominare) abita piazza della Indipendenza a Palermo.
E’ l’uomo che adesso dovrà percorrere i centonovanta chilometri della Catania – Palermo, lui che era abituato a viaggiare con il solo autista della provincia, il signor Zappalà, fermandosi a raccogliere limoni nei giardini della Piana di Catania e ad alimentarsi a furia di caffè e spremute di arancia. E non è un caffè qualsiasi, beninteso, quello di Lombardo. Nello specifico, l’ortodossia prevede una miscela per metà normale e per metà decaffeinata, ma molto ristretto. Accorata la perorazione del commesso a palazzo di governo: “Presidente, il dolore di testa mi fa venire ogni volta che le devo fare il caffè”. Piazza della Indipendenza di Palermo è importante ma non certo artistica ed elegante come quella esagonale di Grammichele, nella piana di Catania, città d’origine del nostro, la città detta degli “affucapatri”, ossia gli “strozzapadri”.
E’ una piazza esagonale, sta al centro di un paese che è il centro del mondo, specificatamente quello del Presidente della Regione, il buen retiro dei fine settimana trascorsi – per le poche volte che succede – lontani dalla politica. E’ la piazza da dove è cominciato tutto. Dicono che il governatore, passeggiando per la piazza – piazza Roma si chiama – si metta a contare tutte le mattonelle del perimetro. Una conta inesorabile che a volte, per disdetta, è interrotta dalle solite telefonate e perciò subito ripresa fino a che l’infinitesimo mattone non viene prontamente enumerato. Un dettaglio questo, anzi, il segno di una personalità enigmatica. Sfugge alla logica e al giudizio di chi lo accompagna il passatempo ma questo suo giochino è forse il non detto che spiega il congegno di potere che Lombardo ha saputo costruire intorno alla sua spietata solitudine, quell’assoluto automatismo che lega le operazioni di costruzione e gestione del consenso, proprio come una progressione numerica dove il sei viene prima del sette e dopo il cinque, ma dove trenta fa pure trentuno.
E’ uomo umorale, Raffaele Lombardo, non lo si può negare. Solo in questo modo possono spiegarsi alcune sue scelte, soprattutto di uomini, che risultano incomprensibili ai più. A volte delle meteore e se Lombardo decide che una persona, un suo amico politico di vecchia data o di nuova conquista deve essere premiato, deve essere eletto (tornano sempre le elezioni) non c’è che fare. Oppure bocciato. Chiedere a Nino Amendolia da Riposto (…).
I fatti sono dunque questi. Elezioni regionali del 2006. L’Amendolia decide di iniziare la campagna elettorale in grande stile al cinema Golden, Catania. Invita come ospite d’onore il leader autonomista, per aprire il comizio. Lombardo sale sul palco, e mentre parla memorizza le prime due file di ospiti, dove stavano seduti tutti i grandi elettori del deputato uscente. Risultato: tempo due giorni, furono tutti contattati dalla segreteria -per sostenere altri candidati, e Amendolia non venne eletto. E’ per ragioni come queste che a Lombardo viene rimproverato di essere rimasto – facendo la tara al ghiacciolo – un leader giovanile: un ragazzo esuberante, refrattario agli schemi di partito e agli obblighi di segreteria, poco incline a fare parte di cordate e sempre pronto a mettere in discussione gli accordi.
Un leader capace di crearsi spazi contro l’ordine costituito delle segreterie democristiane da sempre uguali in tutti gli angoli d’Italia. E quando viene preso per il ragazzaccio che è rimasto, perfino inaffidabile secondo il codice democristiano, si tratta del complimento migliore che gli si possa fare. L’autonomia è la fissazione con cui lui ha realizzato la patologia vivificatrice all’interno del corpaccione Dc, un’operazione eterodossa dentro un partito di governo e di potere che gli è riuscita attraverso la tempestiva inoculazione del migliore tra i virus possibili: la personificazione della politica. E proprio perché il potere come meccanismo produttivo del consenso è un’esperienza praticata da tutti, sarebbe prima che ingeneroso, sbagliato ai fluidi una analisi politica, ridurre l’irresistibile ascesa di Lombardo solo ad una questione di posti e clientele. Di trenta bisogna farne trentuno.
La scomparsa della sinistra e la marea crescente di consensi ottenuti dal Pdl crea un sistema di rapporti di forza all’interno della coalizione, allargata all’Udc, che rende meno autonomo il presidente autonomista. Meno nelle amministrazioni locali, province e comuni, in maniera più evidente dentro la maggioranza di Palazzo dei Normanni, dove il peso dei trentasei deputati eletti nelle liste del Popolo delle Libertà, non tarderà a farsi sentire.All’evidenza dei fatti sembra il contrario. Ma in Sicilia l’evidenza, da sempre, copre i fatti, il re resterà senza viceré lasciando spazio alle interpretazioni degli stessi fatti, che finiscono per diventare più importanti della realtà. E così, tutti i segni, a differenza dei sogni, cominciano all’alba. In via Pacini.

L.P.Adolfo Maria Messina / ADOMEX

consiglio comunale del 13/10/2009

All’inizio della seduta una comunicazione del cons. Gravina (gruppo misto) ed un’altra del cons. Garofalo (GM) e interrogazione del consigliere Pozzo (GM). Prelevata una Mozione presentata dal Cons. De Caro(MPA) per invitare l’Amministrazione ad eseguire interventi di pulizia e di vigilanza nella zona della scala Santa Maria del Monte; ampia discussione, intervenuti :De Caro ( bisogna prevedere un piano di pulizia della scala e una vigilanza nei quartieri circostanti che registrano fenomeni non sempre civili) , Bauccio -PDL(condivisione sulla necessità di realizzare bagni pubblici e pulizia) , Pulvirenti -PD-(non condivisione), De Pasquale-PDL- (Questa mozione non può essere condivisa in tutte le parti perchè non si può descrivere la città come un Far West), Failla- MPA ( a prescindere dal voto finale, non si può nascondere che i problemi sollevati con la mozione siano reali) ; la proposta è stata respinta con una maggioranza di astenuti. Prelevato un ODG presentato da Pozzo(GM)-De Pasquale(PDL)-De Maria (GM) con il quale si invitava La Provincia Regionale di Catania e l’ANAS a predisporre l’impianto di illuminazione nell’incrocio di contrada Molona ; intervenuti: Pozzo (illustrazione del provvedimento), Lo Nigro( bisogna pensare anche ad altri siti della città, privi di illuminazione), Pulvirenti (apprezzamenti per i consiglieri che hanno presentato la mozione senza logiche di appartenenza, dato che la stessa è riferita a competenze provinciali), Garofalo, ( critico nei confronti della ex amministrazione provinciale Lombardo),Failla (giusta la proposta, ma fuori luogo gli attacchi alle precedenti amministrazioni provinciali) , infine L’ODG è stato approvato. Prelevata una mozione presentata da Garofalo(GM), De Pasquale(PDL), Bauccio(PDL), ed altri e riguardante i lavori nel cimitero area Tasso 2 , con la quale si chiedeva all’amministrazione di verificare le opere in quanto alcune parti si presentavano non ultimate o addirittura in pessime condizioni. Venivano svolti gli interventi di Garofalo (abbastanza critico per come sono stati eseguiti i lavori), De Pasquale (La mozione deve essere interpretata nel senso che non si vuole accusare nessuno ma devono solo farsi verifiche nell’interesse della città). Il provvedimento veniva approvato.

REPORT IERI E LE PRATICHE EDILIZIE CONFRONTO ITALIA GERMANIA

GERMANIA – MUNCHEN
Regolamento edilizio 3 pagine
Archivio delle pratiche edilizie bastano 30 mq.
Tutte le certificazioni di varia qualità fornite dall’impresa al privato.
Nessuna pratica per modifiche interne di qualsiasi genere
Tempo fra la presentazione della pratica edilizia di una nuova costruzione e l’inizio lavori 15 giorni, oneri nessuno, nemmeno il bollo che non sanno cosa sia.

ITALIA: NAPOLI O BOLOGNA
Documentazione normativa varia per inquadrare qualsiasi intervento 5 volumi
Archivio delle pratiche edilizie a Napoli : hanno dovuto affittare un capannone perchè negli uffici non ci stavano..
Tutte le certificazioni di varia qualità compito del tecnico progettista.
Tempo per la pratica di un tamponamento di una porta interna 12 mesi, costo fra oneri e progettista circa 10.000 euro, occorre che il progettista alleghi anche i certificati INAIL dell’impresa.
PRIMA CONCLUSIONE:Là gli architetti occupano il tempo a progettare, qui a sbrigare pratiche.
Là pochissimi tecnici per la verifica delle pratiche e nessun rapporto con il pubblico.
Quì una miriade di tecnici che passano il tempo, come le portinaie a parlare del più e del meno.
SECONDA CONCLUSIONE:NON CE LA FAREMO MAI..MAI..MAI..Ormai questa sofferenza ce la portiamo nel corpo, lo stato come la chiesa, devi soffrire, devi espiare per vedere il paradiso, anche quello in terra.Tutto ciò potrebbe avere senso se il paesaggio costruito italiano fosse il migliore della terra, varrebbe la pena il sadismo della burocrazia ed anche il nostro personale masochismo, invece esattamente l’opposto.Ho studiato da architetto,……… sto finendo come postino, ANZI PEGGIO PERCHE’ CON ME PORTO L’ANGOSCIA DELLA LETTERA DA CONSEGNARE, IN COMUNE, ALLA ASLL, ALL’UFFICIO TUTELA, AI VIGILI DEL FUOCO, A…,A…,A…,
E TUTTI QUEGLI INCONTRI INDESIDERATI TIPO” gli esami non sono mai finiti ” DI EDOARDO DE FILIPPO.

EMIGRARE QUANTO PRIMA O CAMBIARE MESTIERE, A QUALSIASI ETA.

Francesco

dal blog Francesco Amadori

C’è chi prepara la trappola e poi ci cade lui stesso ………

Ho il cuore pieno di gioia per l’elezione del giovane Gianluca Iurato quale consigliere al collegio dei geometri di Catania. Ancora di più perchè fino all’ultimo momento avrebbe voluto che il candidato fossi io al posto suo, così come tanti colleghi avevano suggerito in una riunione di una associazione culturale di geometri. Un’insistenza esagerata quella sua, che non potrò mai dimenticare. Questo suo atteggiamento, corretto, leale, amichevole, è stato per me un grande regalo, il più bel regalo che Gianluca potesse farmi. Ma non ho potuto accettare per tanti motivi, tra questi, preferisco fare bene quello che faccio adesso per la mia città quale l’ultimo dei consiglieri comunali. In questi giorni pur lontano geograficamente, gli sono stato sempre vicino con il cuore, ed ho tanto sperato nella riuscita del nostro progetto. Alla fine Gianluca ha vinto ed io sento di avere vinto assieme a lui. Peccato che questa vicenda sia attorniata da comportamenti poco nobili e rispettosi dei colleghi e della loro libertà di scelta, ma le trappole le abbiamo sapute evitare ed alla fine c’è caduto chi le aveva preparate………

Gianluca Iurato eletto al Consiglio dei Geometri di Catania.

Il geometra Gianluca Iurato di Caltagirone è stato eletto consigliere al collegio dei geometri della provincia di Catania. I candidati di Caltagirone erano due : il geometra Iurato che ha avuto 362 preferenze ed il geometra Iatrino che ne ha avute solo 285, quest’ultimo non eletto. Non possiamo che augurare al collega e concittadino un buon lavoro che sicuramente saprà svolgere con diligenza ed impegno.

consiglio comunale del 5-10-2009

Approvato il provvedimento sulla salvaguardia degli equilibri di bilancio . Si sono registrati gli interventi di De Caro (mpa) per chiarimenti e sulla discussione, di De Pasquale (PDL) per chiarimenti; in dichiarazione di voto intervenuti Garofalo (GM), Pulvirenti(PD) e De Caro(MPA). A seguire approvati due debiti fuori bilancio.