consiglio comunale del 21-4-2008

Ok all’unanimità alla mozione (Bauccio-De Pasquale) con cui si
impegna l’amministrazione «per la pulizia del fondale della vasca della
Villa e per piccole riparazioni». Discusse le interrogazioni di Settimo De
Pasquale (Mpa) su regolamento entrate tributarie, normativa privacy negli
uffici Anagrafe e Tecnico, servizio pubblicità e affissione e art. 25
regolamento edilizio; Ha risposto l’assessore Domenico Palazzo.

Il Consiglio approva 3 Mozioni

dal quotidiano LA SICILIA del 23/4/2008

«Sì» del Consiglio comunale di Caltagirone a 3 mozioni. Con una – primo
firmatario il capogruppo Mpa, Francesco Failla – approvata a maggioranza,
si impegna l’amministrazione «a rivedere le zone blu fra i numeri 62 e 72
della via Madonna della Via e a ripristinare l’attraversamento pedonale».
Un’altra (primo firmatario lo stesso Failla), punta a promuovere «una
mostra e l’intitolazione di 4 strade agli artisti calatini Nicolò Barrano,
Giuseppe Bonaccorso, Giacomo Iudici e Pino Romano». Ok all’unanimità
alla mozione (primo firmatario Maurizio Bauccio di Destra – As) con cui si
impegna l’amministrazione «per la pulizia del fondale della vasca della
Villa e per piccole riparazioni». Discusse le interrogazioni di Settimo De
Pasquale (Mpa) su regolamento entrate tributarie, normativa privacy negli
uffici Anagrafe e Tecnico, servizio pubblicità e affissione e art. 25
regolamento edilizio; Maurizio Bauccio, su interventi in via Rapacchio,
necessità di una tensostruttura, manutenzione del campo di calcetto San
Giovanni, collocazione dei vasi sulla balconata della villa comunale, parco
giochi nel centro storico, segnaletica per i fontanoni del Gagini e servizi
igienici pubblici. Ha risposto l’assessore Domenico Palazzo.

il fascismo

Il fascismo, dicono, è stato un flagello da debellare.
La prima critica che il fascismo fa alla democrazia è il paradosso insito in se stessa, ovvero se la maggioranza delle persone desiderasse un governo antidemocratico, la democrazia cesserebbe di esistere. Tuttavia se si opponesse cesserebbe di essere democrazia in quanto andrebbe contro alla volontà della maggioranza. Quindi si sostiene che in pratica la democrazia non può esistere, è solo una teoria utopica. Per entrambi i casi dell’ esempio si citano come validi gli esempi dei
colpi di stato di destra di tipo sudamericano.
In secondo luogo si puntualizza un fattore semantico troppo spesso volutamente frainteso: le parole “democrazia” e “
libertà” non sono sinonimi. Molto spesso il travisamento della semantica porta a pensare che gli antidemocratici siano contrari alla libertà. In realtà si presume che nessuno si dica contrario alla libertà (se non in ambito restrittivo giudiziario), nemmeno i fascisti quindi.
Un discorso di mussolini:
Nessuno vorrà gabellare per “rivoluzionario” il complesso dei fenomeni sociali che si svolgono sotto i nostri occhi. Non è una rivoluzione quella che si attua, ma è la corsa all’abisso, al caos, alla completa dissoluzione sociale. Io sono reazionario e rivoluzionario, a seconda delle circostanze. Farei meglio a dire -se mi permettete questo termine chimico- che sono un reagente. Se il carro precipita, credo di far bene se cerco di fermarlo; se il popolo corre verso un abisso, non sono reazionario se lo fermo, anche con la violenza. Ma sono certamente rivoluzionario quando vado contro ogni superata rigidezza conservatrice o contro ogni sopraffazione libertaria. I peggiori reazionari in questo momento sono, per il Fascismo e per la storia, coloro che si dicono rivoluzionari, mentre i Fascisti, tacciati cretinamente di “reazionari”, sono in realtà, coloro che eviteranno all’Italia la terribile fase di un’autentica reazione. Chiunque in Italia abbia il coraggio di fronteggiare le degenerazioni della sovversione e non, corre il pericolo di essere bollato come reazionario; ma poichè tali degenerazioni esistono e poichè il coraggio di fronteggiarle lo abbiamo dimostrato seminando anche di nostri morti le piazze d’Italia, noi abbiamo la spregiudicata disinvoltura di sorridere se ci chiamano reazionari. Io non ho paura delle parole. Se domani fosse necessario, mi proclamerei il principe dei reazionari. Per me tutte queste terminologie di destra, di sinistra, di conservatori, di aristocrazia o democrazia, sono vacue terminologie scolastiche. Servono per distinguerci qualche volta o per confonderci, spesso »
(Benito Mussolini, dal discorso tenuto al senato il 27 novembre 1922[39])

i ritardi che uccidono l’impresa

I 48 ritardi che uccidono l’impresa Dai 15 miliardi per costi burocratici ai 260 giorni per una licenza di costruzioneNon faranno la rivoluzione, e nemmeno una marcia dei 40 mila, ma è sicuro che la pazienza degli artigiani italiani sta finendo. Hanno fatto due conti e si sono accorti che, con le loro aziendine da meno di 9 dipendenti, sono una colonna importante della società italiana, ma hanno anche capito che questa stessa società scarica proprio su di loro gran parte della sua inefficienza. Si potrebbe anche parlare di una sorta di vera e proprio attività predatoria della società italiana sugli artigiani. Un solo esempio, tanto per cominciare. Risulta che il sistema delle imprese italiane (tutte, grandi e piccole) spende ogni anno quasi 15 miliardi di euro per costi burocratici.Ebbene, più del 76 per cento di questa immane somma (11,3 miliardi) è a carico degli artigiani. I quali artigiani non è che non abbiamo qualche benemerenza verso la collettività. Sono tantissimi (anche se poi l’idraulico non si trova mai). Se consideriamo tutte le imprese con meno di 20 addetti si scopre che sono il 98,2 per cento del totale delle imprese esistenti in Italia. E questo, probabilmente, è un dato che dice poco (quante di queste aziende ci vogliono per fare una Fiat?). Però presso queste micro-unità lavora di fatto il 60 per cento degli addetti al settore privato (e qui la cosa si fa già più interessante. Sempre queste aziendine producono quasi il 44 per cento del valore aggiunto totale e realizzano il 40 per cento degli investimenti realizzati dalle imprese italiane. Insomma, quello rappresentato dalla Confartigianato è un mondo che non si vede, di cui nessuno si occupa, ma che, grosso modo, vale la metà del mondo aziendale italiano.Nonostante questo, e nonostante siano tutte brave persone, di solito schierate con i governi in carica, su di loro si è abbattuta per anni e anni la furia cieca (o sapiente?) della società italiana.Adesso tutto questo popolo è un po’ arrabbiato e ha messo insieme un dossier che dovrebbe rappresentare la vergogna della politica italiana. Hanno elencato infatti ben 48 “ritardi” dell’Italia rispetto all’Europa. “Ritardi” che poi vengono fatti pagare al sistema delle aziendine artigianali. Non si salva quasi niente e nessuno: burocrazìa, energia, giustizia.In mezzo ai 48 “ritardi” si può pescare a caso. Si scopre così che in Italia è più faticoso persino pagare le tasse (che, ovviamente, sono poi più alte) : se nella media europea servono poco più di 160 ore per sbrigarsela, in Italia serve più del doppio, cioè 360 ore. E le tasse, ma questo va da sé, sono più alte: se la media europea è apri al 17,8 per cento dei profitti, qui da noi si arriva al 30,8 per cento. Non è proprio il doppio, ma manca poco.Se in Europa servono quasi 160 giorni per avere una licenza di costruzione, qui da noi ne occorrono quasi 260. Ma non basta: se poniamo uguale a 100 i costi sostenuti in Europa per avere una licenza di costruzione, in Italia si arriva di fatto a 300, cioè tre volte tanto.Lo Stato pretende molto, insomma, da queste piccole aziende, ma poi le tratta male quando figura come loro cliente (anche i cessi della burocrazia si rompono). Se nella media europea la pubblica amministrazione liquida le sue fatture in 68 giorni, in Italia si arriva a 138. Peggio di noi c’è solo il Portogallo, che paga in 155 giorni. Si racconta che dodici anni fa la pubblica amministrazione italiana pagava in 87 giorni. Poi, evidentemente, le cose sono peggiorate e oggi ci vuole quasi il doppio del tempo perché l’elettricista veda saldato il conto della plafoniera dell’ufficio passaporti.Il capitolo più spaventoso nei rapporti fra artigiani e Stato in Italia è quello della giustizia. Nel loro dossier di denuncia gli artigiani scrivono che la giustizia-lumaca costa alle imprese 2,3 miliardi di euro di danni. E spiegano che cosa significa giustizia-lumaca.In una causa civile il passaggio tra il primo e il secondo grado di giudizio comporta mediamente un’attesa di 1.765 giorni, cioè 4 anni, 10 mesi e 5 giorni. Per una procedura fallimentare si arriva a tempi biblici (ci sono speranze quindi per l’Alitalia…): in questo caso l’attesa è di ben 3.140 giorni, cioè 8 anni, 7 mesi e 10 giorni.Può anche capitare che si debba licenziare qualcuno. E, di nuovo, si va a sbattere contro una giustizia che non funziona. In Italia la durata di un processo di licenziamento è fra le più alte d’Europa: 696 giorni, in media. Più del doppio della durata in Francia, quasi nove volte la durata della Spagna e ben 36 volte rispetto al tempo impiegato in Olanda.La giustizia-lumaca irrita molto gli artigiani. Al punto che si sono dilungati parecchio nel loro dossier. Così si scopre che, fra primo grado e appello, un procedimento in materia di lavoro dura mediamente in Italia qualcosa come 1.528 giorni, più di quattro anni.Ma l’Italia non è tutta uguale, e così gli artigiani spiegano che a Messina una causa di lavoro dura in media 2.378 giorni (cioè 6 anni, cinque mesi e sei giorni). A Napoli sono un po’ più veloci: soltanto 2.227 giorni. A Bologna si comincia a prendere velocità: 1.902 giorni. Curiosamente, poi, si viene a sapere che a Reggio Calabria e a Potenza sono abbastanza svelti: nella cause di lavoro se la cavano infatti in poco più di 1.800 giorni.A Trento e a Torino, però, si impiegano (per lo stesso tipo di causa) poco di più di 400 giorni. In sostanza, a Messina una causa di lavoro dura 5,7 volte quello che dura a Trento. E qui sorgono spontanee due domande. La prima riguarda lo stato del Mezzogiorno italiano: è evidente che con questi tempi della giustizia civile un imprenditore assennato è poco portato a andare da quelle parti. La seconda è più insidiosa. Non è che sia impossibile, con le leggi italiane, sbrigare una causa di lavoro in poco più di un anno, tanto è vero che a Torino e a Trento lo fanno regolarmente. E allora perché mai Messina deve impiegare quasi sei volte tanto, visto che l’organizzazione della giustizia e le leggi sono identiche?Il capitolo giustizia si può chiudere citando altri due casi. Il pagamento di un assegno (di un cattivo pagatore) ottenuto per via giudiziaria: 645 giorni in Italia, 143 nella media europea, e addirittura 100 giorni in Inghilterra. La musica non cambia se si tratta di far rispettare un contratto, sempre per via giudiziaria. In Italia ci vogliono mediamente 1.210 giorni, in Europa 414, cioè un terzo.E c’è il capitolo dell’energia. Alle nostre piccole imprese costa il 22 per cento in più rispetto all’Europa. Il prelievo sull’energia consumata dalle imprese artigiane in Italia è del 25,4 per cento, nella media europea si arresta al 9,5 per cento. Insomma, poiché il tappezzerie di Stradella anche se strilla, nessuno lo sente, diamogli una botta in testa e portiamo qualche soldo in più nelle casse dello Stato. E il tappezziere? Faccia qualche fattura in meno, così pareggia un po’ i conti.Si potrebbe andare avanti con esempi di questo tipo per pagine e pagine, ma forse è meglio fermarsi qui e fare qualche ragionamento.In Italia tutti parlano di rilanciare lo sviluppo, ma poi, quando dai talk show televisivi si scende nella realtà, si scopre che al Quarto Capitalismo (che sta soprattutto lungo l’asse Milano-Venezia) non gli fanno le strade e le altre infrastrutture che servono per commerciare efficientemente con il resto dell’Europa. Si scopre che mentre in tutta Europa (e nel mondo) si sta correndo per dare a tutti la banda larga (cioè l’autostrada informatica), qui da noi si va avanti poco alla volta, affidandosi più che altro a regioni e comuni che fanno quel poco che possono (in molti casi niente addirittura). E gli artigiani sono trattati come abbiamo appena visto. Impiegano due anni per incassare un assegno, tempi biblici per incassare una fattura dalla pubblica amministrazione e, se per caso incappano nel fallimento di una loro controparte o se devono licenziare un dipendente, possono accendere ceri al santo locale perché nessuna giustizia arriverà loro su questa terra. Meglio “arrangiarsi” da soli.Si scopre, leggendo con cura questo dossier della Confartigianato, che in Italia, forse, “politica industriale” dovrebbe voler dire, tanto per cominciare, fare esattamente quello che si fa nel resto dell’Europa. Niente di più e niente di meno. Sarebbe già una rivoluzione.
Giuseppe Turani – Affari & Finanza (la Repubblica)